Collaborazioni industriali

Le viti degli altri

Ecco le Volvo che hanno impiegato motori o comunque componenti meccanici prodotti o progettati da differenti costruttori

La maturità di un costruttore si misura anche dalla sua capacità di ricorrere a forniture esterne per alcuni elementi funzionali di una vettura (il più delle volte, meccanici).

È successo in passato anche alla Volvo, segnatamente per produzioni nelle quali non si era sino ad allora cimentata. Nel caso della Serie 300 (1976-1991) il modello nel suo insieme fu un progetto sviluppato, nelle sue fasi inziali, esternamente: ne fu autrice la DAF, acquisita dalla Volvo nel 1975: portò in dote — oltre alla fabbrica olandese — il suo know-how in materia di cambi automatici e vetture compatte.

Collaborazione nella collaborazione, il suo 4 cilindri 1,4 litri era di costruzione Renault.

Il debutto nel mondo del Diesel avviene nel 1979, sulla Serie 200, con un sei cilindri in linea di origine Volkswagen.

Siglata D24 e derivata dai quattro cilindri della stessa marca, è la medesima unità che venne impiegata anche sui veicoli commerciali della serie LT. Con una cilindrata di 2,4 litri e 82 cavalli di potenza, la prima Volvo Diesel riuscì estremamente competitiva anche in termini di fluidità e silenziosità di funzionamento.

E la sonorità flautata del suo motore — la pienezza del plurifazionato sovrastava largamente il ticchettio tipico dei Diesel — la impose come un valore di riferimento tra le stradiste europee alimentate a gasolio.

È una delle “sleeper” più ambite di sempre: lo era da nuova, lo è oggi nel mondo del collezionismo youngtimer.

La 850 T-5 R (berlina o, come nella foto, station wagon) è il modello che ha fatto capire come la sicurezza, la centralità della persona e l’affidabilità meccanica potessero coesistere anche con prestazioni decisamente superiori a quelle sino ad allora comunemente associate all’idea che si aveva del marchio.

In questo caso i componenti sono 100% Volvo, ma c’è stata una collaborazione molto stretta con la Porsche per la definizione delle specifiche del motore (che arrivava sino a 250 cavalli in versione 2,3 litri) e dell’assetto, con ammortizzatori più rigidi e barre antirollio maggiorate.

2550: è la misura, in millimetri, del passo delle S40 e V40 del 1995. Ma anche della Mitsubishi Carisma, con cui il modello Volvo di accesso condivideva la piattaforma, visto che venivano tutte costruite nella stessa fabbrica olandese di Born. Avevano in comune il pavimento e le sospensioni (McPherson davanti, multilink dietro), sia pure con tarature specifiche.

Diversi anche i freni, con dischi più grandi dietro su S40 e V40 (260 mm di diametro invece di 224), i cerchi (da 15 pollici anziché 14) e — soprattutto — i motori.

È stato uno dei più brillanti esempi di due modelli nei quali la condivisione di macrocomponenti non ha comportato la ben che minima rinuncia in termini di identità.

Tra il 1999 e il 2009 la Volvo è in quota al Gruppo Ford Motor Company, sotto l’ombrello del Premier Automotive Group che comprende anche Jaguar, Aston Martin, Lincoln e Land Rover.

La piattaforma della S40 di seconda generazione (nella foto) e della V50 è la stessa che il Gruppo impiega per Ford Focus e C-Max nonché Mazda3 (anche la Casa giapponese, in quegli anni, è infatti sotto il controllo della Ford). I motori turbodiesel, a seguito di un’ulteriore cooperazione tecnica tra Ford e PSA, sono di origine Peugeot-Citroën.

Al di là dei settaggi dedicati delle sospensioni — comunque strutturalmente uguali — ancora una volta i progettisti Volvo hanno creato una berlina e una station wagon compatte con una personalità unica.

È stato l’unico motore a otto cilindri mai impiegato in una Volvo. Il B844S ha equipaggiato, tra il 2005 e il 2010, i modelli basati sulla piattaforma P2, dunque la XC90 di prima generazione e la seconda serie della S80.

Diversamente da quel che è avvenuto in altri casi, qui si tratta di un progetto totalmente Volvo la cui costruzione, in ragione delle quantità non di massa che era lecito attendersi da un 4,4 litri, venne appaltata esternamente: nasceva in Giappone, alla Yamaha.

Giapponese anche il cambio automatico che era a esso abbinato, un Aisin a sei rapporti. Al di là delle parentele industriali, è uno dei rarissimi esempi di V8 montato trasversalmente.

Dal 2010 la Volvo è parte della holding Geely Automobile.

La strada delle alleanze, in un mondo globalizzato e che cambia alla velocità della luce, è la via maestra per permettere a un’azienda di adattarsi alle evoluzioni del mercato e della tecnologia. L’autonomia industriale che la Volvo ha acquisito in questi ultimi anni è tale che non si sono rese necessarie cooperazioni come in passato.

Oggi una Volvo è una vettura “autonoma” sino al singolo bullone. È questa indipendenza sostanziale che ci ha permesso lo sviluppo di una gamma di vetture elettrificate come la C40 Recharge che, nella foto, vediamo durante la fase finale di assemblaggio a Ghent, in Belgio. E che ci condurrà nel volgere di pochi anni al traguardo, ambizioso e indispensabile, di una gamma totalmente a zero emissioni.